LUIS SEPULVEDA «I miei sogni sono irrinunciabili, sono ostinati, testardi e resistenti»

«I miei sogni sono irrinunciabili, sono ostinati, testardi e resistenti»

 

Quando arrivasti a Pordenone, in quella settimana di marzo del 2015, per partecipare a Dedica Festival, tutti i tuoi lettori erano ansiosi di conoscerti: i più piccoli avevano imparato ad amarti attraverso la Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare; i più grandi erano rimasti affascinati da Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, da Il mondo alla fine del mondo, da Patagonia Express. Per alcuni eri un testimone della storia, in modo particolare del tuo Cile, e della straordinaria figura del presidente Salvador Allende; altri ammiravano la tua coerenza, il tuo impegno politico, l’alto valore che attribuivi alla parola libertà.

Pensavamo, speravamo, di poter ascoltare le tue parole durante una delle tante conferenze programmate per l’occasione, di assistere a uno dei tanti spettacoli organizzati in tuo onore. E invece tu ci hai sorpresi. Appena giunto in città, hai voluto visitare la nostra biblioteca e poi, accompagnato da tua moglie Carmen Yáñez, hai voluto fare una passeggiata al mercato. E incontrare la gente. A tutti hai dedicato attenzione: ricordo l’interesse con cui ascoltavi le storie di tutti coloro che ti avvicinavano, che ti stringevano la mano, ti facevano un complimento.

Eri lì per conoscere: in quei momenti attribuivi ad ognuno di noi la stessa dignità di narratore, che tu avevi conquistato negli anni con i tuoi libri.

Le persone per te contavano: tutte, anche quelle che, a volte, non condividevano le tue idee e le tue posizioni politiche.  Eri, però, interessato soprattutto ai giovani. Ricordo bene il momento della premiazione del concorso Parole e immagini e l’incontro con gli studenti. Hai parlato loro di dignità, di coerenza, di speranza. Hai ricordato l’importanza della testimonianza, non solo per sé stessi, ma anche e soprattutto per quelli che non hanno voce.

Li hai conquistati con parole sincere. Sei diventato loro amico.

Quando sei stato ricoverato a Pordenone per la polmonite, non passava giorno che i miei studenti non mi chiedessero come stavi, se andava un po’ meglio, quando ti avrebbero dimesso. E lo facevano con la dolce apprensione con cui si parla di un familiare caro.

Non posso poi dimenticare il nostro breve colloquio sotto la loggia del municipio. Saputo che ero un insegnante, mi dicesti: «È un mestiere difficile e meraviglioso». E condividemmo il fatto che il mio mestiere, come il tuo, ci porta al coinvolgimento: si deve «stare dentro le cose, dentro la vita», come in un’altra occasione dicesti.

Adesso non ci sei più e a me tornano in mente le parole apparentemente amare della Cena con poeti morti: «Gli amici non muoiono e basta: “ci” muoiono, una forza atroce ci mutila della loro compagnia e poi dobbiamo continuare a vivere con quei vuoti nelle ossa».

Quei vuoti, però, fanno parte della vita e ci ricordano che oggi, ancor più di ieri, dobbiamo impegnarci tutti in prima persona a costruire un mondo più libero e felice.

Arrivasti a Pordenone come lo scrittore Luis Sepúlveda, tornasti a casa rimanendo nei nostri cuori come l’amico Lucho. 

Luca Gianni

(Opera dell'alunna IUS GENNY)

Pubblicata il 17 aprile 2020

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