Augurio di un buon anno scolastico 22/23

Negli ultimi tre anni il liceo artistico E.Galvani ha aumentato gli iscritti di circa 130 studentesse e studenti. Ha una classe prima in più. Ha, mi pare, dimostrato qualcosa e mostrato sempre proposte di elevato livello progettuale e realizzativo: ne sono particolarmente orgoglioso perché ho il privilegio di vivere quotidianamente la dura fatica che il seme ci mette per farsi albero.

Sono dati, quelli numerici, gli iscritti, le classi, che non è detto abbiano automaticamente un significato ma possiamo ipotizzare siano un indicatore che qualcosa di buono l’abbiamo fatto. Il bello è che sempre l'abbiamo fatto tutti insieme. Quando dico tutti intendo: il personale, docente e ATA, ma anche gli studenti e le loro famiglie.

Ottimo lavoro, e ovviamente non sono soddisfatto, come sempre: di certo si poteva fare meglio. Ma direi che ora che abbiamo dimostrato che neanche una pandemia può bloccare la nostra curiosità, allegria, sensibilità, voglia di lavorare, follia, e che dentro queste mura - che spero di poter aprire sempre più all’esterno, con mostre e collaborazioni, e che somigliano talvolta all’antro di un apprendista stregone e talaltre al laboratorio di uno scrupoloso scienziato - si mescolano sempre lavoro, fallimenti, successi, opere ed azioni: in buona sostanza si traffica con il materiale esplosivo di cui son fatti i sogni.

Scuola, per me, è sempre una questione privata: una questione privata nel senso di Fenoglio, precisiamo. Chi dovesse essere arrivato alla maggiore età senza aver scoperto ancora che esiste Fenoglio, a mio parere si è perso qualcosa e dovrebbe precipitarsi a rimediare.
La Storia - che scorre e ci attraversa in ogni istante, come purtroppo anche il tuttora in corso conflitto ucraino ci rammenta - si traduce per me costantemente in singole storie, una moltitudine di storie: le persone sono portatrici (sane, ma non sempre né necessariamente, giacché le storie fossero sempre piacevoli non sarebbero così interessanti) di storie.
E in fondo nel triennio trascorso, tra smarrimenti e confusioni, problemi e invenzioni, ho cercato quasi sempre di ricordarmi un dettaglio semplice: ascoltare queste storie e averne cura. Del resto non è forse vero che il mare è nascosto in ogni conchiglia?

Ovviamente così si finisce per nutrire un costante senso di mancanza: ognuno di noi, chiunque frequenti la scuola, ha in testa la domanda tremenda e infantile: “guardate il cielo. Domandatevi: la pecora ha mangiato il fiore, sì o no? E vedrete come tutto cambia…”
Poi arriva l’inizio del nuovo anno, come se il carillon ricevesse durante l’estate una nuova tirata alla molla dei destini: quante idee, quanti sorrisi, quanti problemi ci riservano i centocinquanta nuovi studenti? E in questi mesi, cosa sarà cambiato? Quali progetti riprendere, da quali idee ripartire? Chi avrà imparato a sorridere e chi a piangere?
Alcuni dei momenti più soddisfacenti poi son legati alla soddisfazione di poter accogliere ex alunne e alunni come tirocinanti in vista della laurea, e in qualche caso anche come docenti: sarà esageratamente banale, un po’ da libro Cuore, ma ho sempre avuto la sensazione che il Galvani fosse in fondo una casa. Talvolta è anche un posto per chi si è sentito fuori posto, mi piace dire. Come ogni casa, si convive con una certa dose di disordine, ma in quel disordine c’è spazio per la vita; vorrei ci fosse spazio per ancora più storie, e ci lavoreremo. Ma una scuola è un luogo dello spirito, un'edicoletta di quelle che girando si trovano lungo le strade, dimenticate nella fretta o remote nella calma, un monito a ricordare, tirato su chissà da chi e chissà perché, all’incrocio delle strade e delle storie. A un trivio Edipo... ma questa è un'altra storia. 
Una scuola è un ambiente: talmente pieno, saturo, che ho la sensazione che consciamente ne perdiamo la gran parte, probabilmente è giusto così, ma non perdiamo mai niente davvero. E’ pieno di umanità, col suo bene e col suo male, ed è incredibilmente pieno, questo spazio simbolico, di enormi domande silenziose che adolescenti, così affacciati all’età adulta, ci fanno con gli occhi.

Dovessi riassumere queste domande, sotto tortura, proverei a farlo così: una prima domanda riguarda il senso dell’universo, della vita e di tutto quanto: banale, la risposta è 42 (un premio a chi trova il riferimento bibliografico).

Una seconda domanda riguarda la consapevolezza della propria umanità. Azzardo spunti per una risposta, tralasciando la consapevolezza della transitorietà umana e caducità, tra essere e nulla. Un primo spunto è questo: un segno di umanità è un ritrovamento preistorico: un femore rotto e poi guarito, il segno della frattura rimarginata. Nel regno animale una frattura del genere significa essere preda: difficilmente un animale sopravvive a una gamba rotta abbastanza a lungo perché l’osso guarisca. Un femore rotto che è guarito è la prova che qualcuno si è preso il tempo di stare con colui che è caduto, ne ha bendato la ferita, lo ha portato in un luogo sicuro e lo ha aiutato a riprendersi. Cura: non è questo il senso della civiltà?

Un secondo spunto: in un mondo sempre più digitalizzato, informatizzato, algoritmico, umanità implica un certo grado di, se non disubbidienza, eccentricità. Una volta ho avuto modo di dire che la misura della libertà sta nel grado di eccentricità che siamo in grado di accogliere: deve essere un ricordo di quando mio padre mi spiegò il concetto di tolleranza e scostamento standard. Probabilmente avevo chiesto una mano per un tema da svolgere per la maestra sulla tolleranza, e per fortuna mio padre era ingegnere, direi. Quanta educazione civica ci si trova nell'accoppiamento biella/pistone?

Una terza domanda, negli occhi degli studenti, è più o meno questa: chi sono io?
E questa volta la risposta sarà necessariamente tutta loro. Io alzo le mani, e mi nascondo. Ma... ma fornire loro gli strumenti per trovarla, questa risposta, è il lavoro che facciamo a scuola ogni giorno, o almeno ci proviamo. Mi correggo: questa risposta non bisogna trovarla, ma inventarla, immaginarla, e costruirla, realizzarla, e dopo renderla possibile. Mi pare che serva una enorme fatica per farlo. E ho idea che un arnese fondamentale in questo compito, uno strumento prezioso da imparare ad utilizzare bene, sia e sarà sempre la fiducia.
Insomma, davanti a compiti apparentemente impossibili, e domande così enormi, può essere utile rispolverare un po’ di personale pragmatismo e ridurci ad una più banale domanda: come posso fare meglio?
Sia questa la domanda che ci facciamo, specie quando i tempi sembrano confusi e gli esiti incerti. Una domanda che mi pare poi così intrinsecamente artistica, nella sua tensione perpetuamente insoddisfatta. Ho scoperto qui che i linguaggi artistici, e la pratica conseguente, sono disciplina rigorosa, impegnativa, faticosa, ma anche piena di sorriso, curiosità, piacere.

Per questo questa scuola è così difficile: non è certo un posto per tutti.

Per questo questa scuola è così bella, la più bella, e mi auguro che tutti, anche gli studenti che sceglieranno altre strade, se ne vadano arricchiti.

Siamo una scuola piena di risposte a domande non poste, perché il nostro compito è, affondando le mani nel passato, inventare le domande che ancora dobbiamo immaginare. Ricordiamoci tutti che questi linguaggi - scientifici, linguistici, visivi - risuonano spesso se non sempre, volenti o nolenti, con aspetti basilari della personalità: è una spaventosa responsabilità.
E’ il lavoro che facciamo quotidianamente, al nostro meglio.
Da domani, si ricomincia: tocca ad ognuno di noi.

Buon anno scolastico.